sabato, marzo 28

Piumini, Il piegatore di lenzuoli *

 
 
Il piegatore di lenzuoli
 

Un lenzuolo si stende bianco e grande,

non come mare deserto e glaciale

sul cui crudo orizzonte l’orso arranca,

non come pampa inutilmente piatta

su cui si sfoga isterico lo struzzo:

un lenzuolo si stende bianco e vasto,

misurato e ospitale, ampio e uguale,

tendenzialmente puro, ha rapporti

col corpo e l’aria e l’acqua,

perde e acquista fragranza e pulizia,

ha una unita eleganza, un’esattezza:

un lenzuolo ha una mite armonia.

Tendenzialmente puro, gran quadrato

o meglio che quadrato,
fatto a sezione aurea, però

imperfetta, in modo che rimanga

un dubbio quieto nella perfezione:

un lenzuolo, sia seta silenziosa

o sia limpido lino, liscio, orlato,

è il fagotto slegato
per la merenda dei sogni.
 
Una volta per tutte pensai:
“Chi le aiuta? Chi aiuta
Le donne che li lavano,
e che dopo li stirano,
a piegarli, i lenzuoli?
Qualche volta qualcuno,
quasi sempre nessuno.

E piegare un lenzuolo è faticoso

per una donna sola,

per quanto lunghe siano le sue braccia

e per quanto si stringa al petto il mento

abbassando la faccia

nelle breve umiltà del piegamento”.

E decisi che fosse il mio lavoro:

una cosa mai fatta da solo,

ma sempre almeno in due, un utile,

duttile, impensato servizio.
 
 
(…)
 
 
 
 
 
La mongolfiera
 
 
Da mesi non dicevo parola,

continuai a non dirla: per che altro

ero fuggito con la mongolfiera?

Non perché inviperito
dal molto molto parlare,

dal non dire, dal non saper dire,

dal non chiedere e non avere,

parole che non sono testamento,

non patto non memoria non nome,

non racconto non canto non stupore

e nemmeno un valido pianto?

L’ultima era stata ‘Buonanotte’

a quel mercante di sapone o sale.

 
(…)
 
 

Molto da fare ha chi non fa niente

ma vive in cielo.

Per il freddo tessevo vestiti

scegliendo fra piume di uccelli

le più calde e leggere.

Per la sete, cui poco bastava,

dal vasto alambicco distillavo.

Per la fame, che poco premeva,

rosolavo polpate carene.

Per l’altezza, con resti di piume

nutrivo il sobrio fuoco.

Per la vista, cui nulla restava

oltre i vasti chiarori, studiavo

le variabili parti del cielo.

Per la mente, che lenta spirava,

lente immagini, forme di nubi,

luminosi sogni inscenavo.

E alla sconosciuta provvedevo,

così lieve, appena esisteva.
 
(…)
 
E tutto avveniva lentamente,

tempo sciolto in lunghissime scene.

Leggermente vestiti

si provvedeva a non cadere, ma pure

la resistente gravità del mondo,

quel ricordo di peso, di sostanza,

a insensibili passi ci chiamava.

Ansioso saliscendi, poco cibo

ci appesantiva e poco si calava,

poi con piume bruciate,

un po’ si risaliva: ma alla somma

di salire e di scendere, vinceva

la discesa.
E sotto, più vicina,

quella compatta plaga di smeriglio

in cui solo gelo accadeva,

immenso senza eventi ghiaccio nero.

 
(…)
 
 
Il vampiro generoso
 
                   Sognai

Di essere madre, e da decine,

migliaia di capezzoli rosati,

un latte rosso mi si disperdeva

e migliaia di pallidi affamati

struggendomi in amabili pruriti

venivano a succhiare.
                  Mi svegliai:
e la notte era intera.
 
Nudo il mondo
nel muto e cupo
miravano luci in temporali.
Misterato di rose
alzava il vento
fra tigli musicali.
Silenzioso era tutto.
Il fiato cane della violenza
mi sembrava quieto.

Ascoltavo in me le parti umane

e i fervori del lupo.
 
(…)
 
 

* Roberto Piumini, Il piegatore di lenzuoli, nino aragno editore

 
 
 
 
 
 
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martedì, febbraio 24
X. Preval, Tomada *
 

A volte capita che le farfalle

scorrano sul parabrezza prese nel flusso del vento

senza neppure toccare il vetro

e dietro alla macchina ritornino a volare come prima

 

non possono neanche gridare per lo spavento

 
sono così delicate che

si dovrebbe sollevarle con la mano

anzi, anzi

di mestiere voglio fare il lanciatore di farfalle

e alla fine di un giorno di lavoro

non dover contare le banconote in cassa

o controllare i voti scritti sul registro

 
ma guardare in alto un cielo
tutto pieno d’ali.
 
 

Francesco Tomada, A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna

 
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venerdì, gennaio 23
Anestesia in magenta crepuscolare
 

Quando si annunciano raggi spumosi

in calice
 
tra cielo e terra
 

il pensiero dondola e

si spazientisce
 

in sentori ciclamini di fuga

 

- dai ricordi, dai nomi,

dalla corporea prigionia di ogni cosa.

 

Cerchi piuttosto le tracce

d’una foglia, la radice floreale,

un capriccio in polline autunnale,

ma

ribollente, bruciante,

che ti ferisca pure
giù in gola.
 

Rame, verderame, ambra

ilari e complici
embrioni di more

improntano vanigliati tappeti

oltremare oltreboschi.

 
Fluttui.

Gli agguati sono eco lontana.

 
 
 
 
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mercoledì, gennaio 14

Guglielmin, Tomada, Turra Zan *

 
 
 
Gugliemin, Erosioni
 
3
 
esattamente

il verso in volo dei colussi

quel tuffo che affama il bianco

delle tazze quando

le frolle briciole si sfanno

e la famiglia

sbroncia il sonno con la lima

 
4
 
amai il dottor gibò

il suo fascio calmo ai fianchi

il calvo mormorio della terra

sotto la schiena ed ora

amo il nulla

che sono in ogni sua piaga e l’orto

disfatto
e il senza nome
 
5
 

oggi mi pessimo più del solido

sto in casa infatti e ascolto

l’evapora amarissima del saldo

 
 
 

Tomada, Topolove Topolò

 
IX. Una prospettiva
 

E poi c’è questa donna anziana avvolta in un foulard

contro la ringhiera di un balcone rivolto verso valle

guarda lontano attraverso una lente di ingrandimento

 

ma cosa c’è da guardare così

 
forse

la curva della strada da dove girerà

l’auto di qualcuno che ritorna

 

il miracolo degli alberi

che anche nascendo sul pendio

crescono sempre diritti verso il sole

 

o il cielo uguale e azzurro senza limiti

e se la lente ingrandisce allora nei suoi occhi

si avvera ciò che matematici non riescono a capire

 

che anche l’infinito si può moltiplicare

 
 
 
Turra Zan, Sweet Time Suite
 
Duet
 

La testa nella pioggia un pezzo di panfrutto

eroso dalle tramature. Ora servono

le tue cariche antigrandine a distogliere

l’ossessione dei ghiacci, che godono al bombardo.

Tu stai tra noi ma cerchi le correnti

in alto, dimentico che un anno fosti scaltro

a schivare i turbini.

                                Le antenne erano i trespoli

e lei ti porgeva i vassoi di foglie e pallottole

di gelo, chiedendoti una storia in cambio.

          L’avvio del servizio al tavolo la distoglieva

dai tuoi affanni

e arrivavano clienti dal Baltico a cercare

crema e platessa in pastella.

 
 

*da “Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est”, FaraEditore

 
 
 
 
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venerdì, dicembre 05

Stefano Leoni *


Le frasi che si staccano dal ventre
curvano il cielo, a questo mezzogiorno
devo l’essere gravido d’insonnia
spingo le dita dentro questa terra
nei residui e dunque nel cuore di che resta.
E formicola l’eco, punge il profilo
i polpastrelli pronti ad assorbire
si fanno via del sempre o del finito
qui per altre vie, poi dalle punte
radicano il respiro, fra tempo e zolle.

_                _                   _                         _


Si sgrana il cielo a piccole preghiere
per tutte queste basse bocche aperte.
Come si conta il tempo? Dall'istante
del nulla a grandi passi, rivolgendo
il capo a un dietro che si fa d'inezia
o nel galoppo di luce che c'infrange?
Parlano i volti in squarci senza spazio
poi l'ora implode e ci serra la gola.
Come quando eravamo l'universo.


*  Stefano Leoni è nato nel 1961 a Forlì, città dove vive. È laureato in Economia.

E’ cofondatore della Associazione Culturale Poliedrica di Forlì.
Ha allestito diverse mostre di poesie in immagine fondendo fotografia e poesia.
Nel 2005 pubblica la sua prima raccolta Ipotesi sottili (ed. Il Ponte Vecchio, Cesena), finalista al premio "Renata Canepa" di Torino 2006 e premiato al premio Arcobaleno della Vita – Città di Lendinara 2008.
Maurizio Cucchi segnala sue poesie nella rubrica "Scuola di poesia" su "Specchio" n. 511 de La Stampa e su "Tuttolibri" de La Stampa del 7 dicembre 2007.
Vincitore e finalista in diversi premi nazionali di letteratura, fra i quali il Città di Forlì,  Prosapoetica 2007 e Pubblica con noi 2008 di Fara editore, sue poesie sono pubblicate su riviste e nelle antologie LietoColle Il segreto delle fragole 2007, Stagioni e Verba Agrestia 2007.
In febbraio 2008 pubblica la raccolta "Frane e frammenti" (ed. Lietocolle, Faloppio Como)
Nel marzo 2008 è incluso nella antologia "Il silenzio della poesia" (ed. Fara, Rimini) e in novembre 2008 nella antologia Storie e versi (ed. Fara, Rimini).

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 












































































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giovedì, novembre 06
I secreti di Canne
Fabio Albano
 
Accende  e un soffio dopo
l´altro, vento che risale
rimonta l´alito per spinta
si dà vestito come di canto.
 
Brucia la vaniglia e brucia
il fiato ad ogni suo passaggio.
Di respiro, ad ascoltare caldo
un  colpo d´aria drizza in piedi.
 
Con qualche sogno di ritardo
m´accorge  odore di castagne
caldarroste nella padella pelvica
amaro di papilla gustativa.
 
La lingua dalle sponde s´arrampica
agli specchi, s´infrange coi vocaboli.
Poggia su un linguaggio solo e, in punta

di lembi e fiamme, si porta alla radura.

 
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domenica, aprile 20

Non parli al fuggevole, di Fabio Albano*

 
Non parli al fuggevole, al silenzio
dagli specchi. Scendi per gli occhi
fai strada, nel mentre. Aggrinzi  
le orbite fluorescenti, ne appoggi gli
sguardi per terra, la piega sulle carezze,

 la mano tessuta con le

labbra. Spieghi le tue trame in
lacrime e sorrisi con la stessa forza
di un corridoio abitato in un attimo.
Già al futuro dei passanti tu parli da
sola e a bocca chiusa vivo battiti
d’aliti




*Fabio Albano, tarantino di Via Pupino, è nato nel 1963. La musica è stata importante nella sua vita. Si è laureato infatti al D.A.M.S. e ha approfondito gli studi di musicoterapia. Ha intrapreso la strada della scrittura da poco tempo, vive a Bologna da vent´anni e lavora a Modena nel Servizio di Salute Mentale. Si è specializzato in Analisi Bioenergetica e quando versifica lo fa con i piedi.
Giovanni Turra Zan è tra i suoi migliori amici. Con lui, Alessandra Conte e Erminia Daeder condivide il piacere della poesia. Giovanni, Alessandra e soprattutto Erminia lo hanno sollecitato ad aprirsi un po´ di più. Scrive tenendo dietro a musica e immagini per raccontare come sente.
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mercoledì, marzo 26
Bodini *
 
 
8.
Qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l'inverno.
 
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d'un lento carro,
siepe di fichi d'India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c'è un ramo su cui tu voglia posarti
 
 
* Da “La luna dei Borboni”
 
 
 
 
L'allodola e la luna *
 
L'allodola e la luna sole nel cielo:
lei sorta appena e il passero spaurito
dal pino nero e i silenziosi spari
dei finti cacciatori in mezzo al grano nascente.
Nessuno l'attendeva. Nessuno attende.
Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri,
un'ombra cancellava coi grossi pollici
il dolce vino e il viola del tramonto.
 
In una stanza in fondo, la memoria,
lasciata ai suoi più torbidi solitari,
di te non s'informava, fine d'un grande giorno:
giorno da meditare
davanti a una finestra, col silenzio alle spalle.
 
 
* Da “Dopo la luna”
 
 
 
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mercoledì, novembre 28
Luzi
Nel Magma: In due
«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a [orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L'amore snaturato, l'amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d'altipiano che taglia
la coltre d'erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m'apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com'era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d'ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da
[un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per
[comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a [ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho [paura
e un po' vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito
[spicciando.
 
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giovedì, ottobre 18
Il mare come materiale, Caproni
 
Scolpire il mare…
le sue musiche…
 
                          Lunghe,
le mobili sue cordigliere…
crestate di neve…
 
                         Scolpire
- bluastre – le schegge
delle sue ire…
 
                        I frantumi
- contro murate o scogliere
delle sue euforie…
 
Filarne il vetro in lamine
semiviperine…
 
                         in taglienti
nastri d’alghe…
 
                        Fissarne
- sotto le trasparenti
batterie del cielo – le bianche
catastrofi…
 
                       Lignificare
le esterrefatte allegrie
di chi vi si tuffa…
 
                      Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante…
 
                       Dire
(in calmeria o in fortunale)
l’indicibile usando
il mare come materiale…
 
Il mare come costruzione…
 
Il mare come invenzione…
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