Ossodiseppia

Un fantasma davanti m'appare m'invita a parlare. Quando ho parlato parte di me è del fantasma. Scotellaro
domenica, aprile 20

Non parli al fuggevole, di Fabio Albano*

 
Non parli al fuggevole, al silenzio
dagli specchi. Scendi per gli occhi
fai strada, nel mentre. Aggrinzi  
le orbite fluorescenti, ne appoggi gli
sguardi per terra, la piega sulle carezze,

 la mano tessuta con le

labbra. Spieghi le tue trame in
lacrime e sorrisi con la stessa forza
di un corridoio abitato in un attimo.
Già al futuro dei passanti tu parli da
sola e a bocca chiusa vivo battiti
d’aliti




*Fabio Albano, tarantino di Via Pupino, è nato nel 1963. La musica è stata importante nella sua vita. Si è laureato infatti al D.A.M.S. e ha approfondito gli studi di musicoterapia. Ha intrapreso la strada della scrittura da poco tempo, vive a Bologna da vent´anni e lavora a Modena nel Servizio di Salute Mentale. Si è specializzato in Analisi Bioenergetica e quando versifica lo fa con i piedi.
Giovanni Turra Zan è tra i suoi migliori amici. Con lui, Alessandra Conte e Erminia Daeder condivide il piacere della poesia. Giovanni, Alessandra e soprattutto Erminia lo hanno sollecitato ad aprirsi un po´ di più. Scrive tenendo dietro a musica e immagini per raccontare come sente.
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mercoledì, marzo 26

Bodini *
 
 
8.
Qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l'inverno.
 
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d'un lento carro,
siepe di fichi d'India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c'è un ramo su cui tu voglia posarti
 
 
* Da “La luna dei Borboni”
 
 
 
 
L'allodola e la luna *
 
L'allodola e la luna sole nel cielo:
lei sorta appena e il passero spaurito
dal pino nero e i silenziosi spari
dei finti cacciatori in mezzo al grano nascente.
Nessuno l'attendeva. Nessuno attende.
Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri,
un'ombra cancellava coi grossi pollici
il dolce vino e il viola del tramonto.
 
In una stanza in fondo, la memoria,
lasciata ai suoi più torbidi solitari,
di te non s'informava, fine d'un grande giorno:
giorno da meditare
davanti a una finestra, col silenzio alle spalle.
 
 
* Da “Dopo la luna”
 
 
 
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mercoledì, novembre 28

Luzi
Nel Magma: In due
«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a [orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L'amore snaturato, l'amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d'altipiano che taglia
la coltre d'erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m'apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com'era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d'ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da
[un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per
[comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a [ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho [paura
e un po' vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito
[spicciando.
 
postato da: ossodiseppia alle ore 21:32 | link | commenti (6) | commenti (6)
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giovedì, ottobre 18

Il mare come materiale, Caproni
 
Scolpire il mare…
le sue musiche…
 
                          Lunghe,
le mobili sue cordigliere…
crestate di neve…
 
                         Scolpire
- bluastre – le schegge
delle sue ire…
 
                        I frantumi
- contro murate o scogliere
delle sue euforie…
 
Filarne il vetro in lamine
semiviperine…
 
                         in taglienti
nastri d’alghe…
 
                        Fissarne
- sotto le trasparenti
batterie del cielo – le bianche
catastrofi…
 
                       Lignificare
le esterrefatte allegrie
di chi vi si tuffa…
 
                      Scolpire
il mare fino a farne il volto
del dileguante…
 
                       Dire
(in calmeria o in fortunale)
l’indicibile usando
il mare come materiale…
 
Il mare come costruzione…
 
Il mare come invenzione…
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venerdì, settembre 07

Luzi/Zanzotto *
 
 
In acqua e in aria, Mario Luzi
 
In acqua e in aria
cangiando d’ora in ora
                                   trepidò
nei suoi fulgori
                       la città dov’era-
Venezia? non in sogno? vera? – stette
lui abbacinato
                     dal tripudio
                                      visibile
invisibile presente in ogni dove
dei riflessi, delle trasparenze
e da come lo falciavano
netto, a volo teso i colombi,
lui? o di lui una
già postuma
                       incandescente spera
                       erratica nel tempo –
ma c’era il tempo, la morte?
                                                   o c’era
l’interrotta danza
dell’essere che aveva ora d’intorno
in lunule e baleni
e non altro da lei
                          senza confini
                          né porte?
 
 
L’aria di Dolle, Andrea Zanzotto
 
In basso e basso e basso
lungo la stretta valle
il tenebroso innamorato verde
che scava, bolle, eppure scorre
in mille nomi di piante
e pianticelle radicole forze
di ubertà quasi letalinfernali
o paradisiacamente maniacali –
 
ma sulla cima che tronca a balaustra
e in unico fulgore aperto, illustra
tutto lo spazio, ecco leggiere geometrie:
tre palazzotti tre case un campanile
e tre osterie:
vedila impavida e quasi severa
nel suo vago proporsi
a schiera, con tutti i soccorsi
di fini diciture
sparse di mutismi
e misterini ben dissimulati –
bondì. Dolle, bondì, quasi distrattamente
eterna    anche se come abbandonata,
e minata qua e là
da riflessi in un nostro aldilà:
 
ma la tua quiddità tutto travalica
non hai bisogno d’essere nemmeno un sogno
perché sei
una cartolina inviata dagli dèi.
 
 
* Enzo Eric Toccaceli, Poeti, Volti e luoghi, Marietti 1820
 
 
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mercoledì, giugno 13

Annunciazione ancora:

... e sono ospite del progetto lettura, qui:

http://oboesommerso.splinder.com ...grazie di cuore a red

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lunedì, giugno 11

annunciazione...

c'è una via delle belle donne da visitare...qui...http://viadellebelledonne.wordpress.com

 

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venerdì, maggio 11

Prete, Desiderio, e ombra *
 
 
La luce dell’estate era velluto della tua gonna,
nelle mani venatura di atlanti dischiusi,
una poiana remigava verso la palude
nel pomeriggio d’ombra fonda,
il futuro era la nuvola bianca
che scivolava sugli ulivi,
 
principio d’amore chiuso nel principio,
il mio tu era nido al tuo respiro,
 
fuori dal paese il castello affondava
nella favola, ricordi, la terra
ci amava quell’estate, ma noi già intenti
a scrutare in noi i segni della sera.
 
 
Prete, Morfologia del bianco *
 
C’erano nel bianco riverberi di bianco, che spumeggiando rotolavano su una distesa bianca, il cielo, sopra, era bianco, un cielo perso nella luce che lo abbagliava di bianco, è assenza, mi dicevo, è vuoto d’assenza, ma era un bianco che innevava i pensieri, un abisso di bianco che cancellava ogni cosa, a guardare bene anche il fondo del bianco, il suo incavo, il suo riflesso erano bianchi, è il silenzio, mi dicevo, il silenzio dell’origine, o della fine, ma era solo un immenso lenzuolo bianco sotto cui dormivano bianche moltitudini, qua e là si affacciavano parvenze vestite di bianco, disfatte subito nel bianco, s’affacciavano simulacri imbiancati, smarriti nei loro bianchi pensieri, è il nulla, mi dicevo, il bianco del nulla, ma era soltanto un sogno di bianco che generava bianco, così quando fui sveglio guardai a lungo, di là dalla finestra, la luna, che quella notte era bellissima e bianca.
 
* Antonio Prete, Menhir, Donzelli Poesia
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venerdì, aprile 20

oliva
 
oliva che sbuccio
dal rosso lacrimoso cunicolo
del mio umore
che palpo sottopelle sottonotte
nell'innocente simbiosi primordiale
oliva asciutta pupilla a giro perpetuo
sotto l'avventura sotto il diluvio
dei modulati passi in su in avanti in solitario
perfetto odore salino e d'oltrepace
dilati sogno e d'ombelico
mio gioco interminabile
o bisso di mare o polpastrello
serico sovrano
(a Arianna)
postato da: ossodiseppia alle ore 20:16 | link | commenti (7) | commenti (7)
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domenica, aprile 08

* Morto d’amore, Lorca
                                            
                                             A Margarita Manso
 
Che cosa riluce
nelle alte gallerie?
Chiudi la porta, figlio mio,
sono suonate le undici.
Nei miei occhi
splendono quattro lampioni.
Saranno quelli
che lustrano i rami di cucina.
 
*
 
Aglio di bramoso argento
la luna calante pone
gialle parrucche
sulle gialle torri.
La notte tremante bussa
ai vetri delle finestre,
inseguita dai mille
cani che non la conoscono,
e un odore di vino e ambra
viene dalle gallerie.
 
*
 
Brezze d’umida canna
e suono d’antiche voci
risuonavano nell’arco
rotto della mezzanotte.
Buoi e rose dormivano.
Solo nelle gallerie
i quattro lumi urlavano
col furore di San Giorgio.
Tristi donne della valle
portavano il sangue d’uomo,
sangue tranquillo di fiore reciso
sangue amaro di coscia giovane.
Vecchie donne del fiume
piangevano ai piedi del monte
un minuto insuperabile
di capigliature e di nomi.
Facciate di calce facevano
quadrata e bianca la notte.
Serafini e gitani
suonavano fisarmoniche.
Madre, quando morirò,
che lo sappiano i signori.
Manda telegrammi azzurri
che vadano da sud a nord.
Sette gridi, sette sangui,
sette papaveri doppi,
ruppero lune opache
dai saloni oscuri.
Pieno di mani tagliate
e di coroncine di fiori,
il mare dei giuramenti
risuonava non si dove.
E la porta del cielo batteva
col cupo rumore del bosco
mentre urlavano le luci
nelle alte gallerie.
 
 
 *da 'Romancero gitano', F.G. Lorca
 
postato da: ossodiseppia alle ore 10:22 | link | commenti (8) | commenti (8)
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tra la calce e l'argilla, poggio sul muretto a secco e pretendo mare, dappertutto.

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